
«Etciù!» Pigúiça starnutì così forte che la coperta saltò fuori dalla cuccia.
Aveva il naso chiuso, il muso caldo e gli occhi pesanti. Provò ad alzarsi per giocare, ma le zampe sembravano fatte di gelatina. Si ritrovò seduta, di nuovo, con un lungo sospiro.
Fofuxo arrivò, appoggiò il muso sulla sua fronte e fece un «hum». «Sei troppo calda, Pigúiça. Oggi è un giorno per riposare.» «Riposare? Io non voglio riposare! C'è il prato, c'è Bolota, c'è...» «Etciù!»
Fofuxo sorrise e portò la coperta fuori, sotto un albero, perché Pigúiça non avrebbe sopportato di restare chiusa in casa. Stese la coperta sull'erba, e lei si rannicchiò lì, con lui sdraiato vicinissimo. Un'apina si posò sulla sua testa e rimase, come una visita.
«Non riesco a giocare» brontolò Pigúiça. «E la giornata è così bella.»
«Il tuo corpo sta lavorando» disse Fofuxo. «Sta combattendo il raffreddore, e quello è un lavoro. Riposare è aiutare.» «Che lavoro è, se non lo vedo nemmeno?» «Quello che succede dentro. Là dentro c'è una squadretta piccola che sistema tutto, ma riesce a lavorare solo quando stiamo tranquilli.»
Pigúiça guardò la pancia, sospettosa. Una squadretta piccola? Là dentro? Stette ferma ferma, solo per non disturbare.
Fu allora che la Signora Collolungo, la grande diplodoco, comparve nel prato. Abbassò il collo lungo, lunghissimo, finché la testa arrivò vicino a Pigúiça. «Ho portato una tisana alla menta» disse, piano. «E una storia.»
La tisana era tiepida e sapeva di giardino. Pigúiça bevve e sentì il naso aprirsi un pochino. La Signora Collolungo cominciò la storia, con la voce grave e lenta: «C'era una nuvola che decise di camminare più piano di tutte le altre...»
L'apina ronzò piano, come se volesse ascoltare anche lei. Il vento muoveva l'erba, leggerissimo. E la nuvola della storia camminava, piano, piano, pianissimo...
Quando Pigúiça se ne accorse, il sole era già dorato e basso nel cielo. «La nuvola è arrivata dove voleva?» chiese, con gli occhi quasi chiusi. «È arrivata» disse la Signora Collolungo. «Ma tu ti sei addormentata prima della fine.»
Aveva dormito tutto il pomeriggio. Il naso era ancora un po' chiuso, e la tosse compariva ogni tanto. Ma la testa era più leggera, e le zampe erano di nuovo zampe, e non di gelatina.
Tornarono a casa pianissimo, con la coperta sulla schiena di Fofuxo. La sera Pigúiça si sdraiò nella cuccia e respirò, una volta alla volta. Dentro. Fuori. La squadretta piccola là dentro continuava a lavorare, con calma, senza far rumore.
E Pigúiça scivolò nel sonno, al calduccio, ascoltando il proprio respiro farsi sempre più calmo.
