
Tum! Pigúiça cadde di nuovo.
Il monopattino verde aveva le rotelle di sasso liscio, di quelli che cantano quando girano: «riririri». Era bellissimo. Ed era difficile. Ogni volta che si dava una spinta con una zampa e saliva con le altre, il monopattino scappava da una parte, e lei andava dall'altra.
Tutti sembravano saper andare. Bolota passava piano, tutta in equilibrio. Tico passava veloce, con le orecchie al vento. Nina andava perfino con una zampa sola, tanto per mostrarlo.
Pigúiça si sedette sull'erba, con la zampina che bruciava, solo un graffietto. «Non serve» disse, imbronciata. «Sono pessima. Mi arrendo.»
Fofuxo guardò il monopattino, guardò lei e disse: «Vuoi vedere una cosa?» Prese il monopattino, che era troppo piccolo per lui, e vi mise sopra una zampa. Pigúiça rise. «Non ci riuscirai!»
«Vediamo» disse lui. Diede una spinta e scivolò un pochino. Poi scivolò all'indietro, «uaaa!», e finì di schiena contro un tronco d'albero, con le quattro zampe in aria e la faccia stupita. Dei semini volarono da tutte le parti.
Pigúiça rise con la zampa sulla bocca, e rise ancora di più quando Fofuxo rise con lei, a pancia in su. «Io cado ogni giorno» disse lui. «Ogni giorno?» «Ogni giorno. Cadere fa parte dell'imparare. Il trucco è rialzarsi una volta più di quante si cade.»
Pigúiça si alzò, scosse la terra dal pelo e pensò a che cosa le aveva insegnato ogni caduta. Alla prima, si era inclinata troppo a sinistra. Alla seconda, aveva piegato le zampe per la paura. Alla terza, aveva guardato solo i propri piedi.
«Devo guardare avanti» disse. «Dove voglio andare.»
Scelse un sasso lontano, si diede una spinta, salì sul monopattino e respirò. Il monopattino tremò. Lei non guardò i piedi. Guardò il sasso. Riririri, cantarono le rotelle. Riririri, riririri.
Scivolò per cinque passi interi, e al sesto il monopattino ondeggiò. Ma lei mise la zampa a terra in tempo e non cadde! Si fermò, con gli occhi sgranati, il cuore che batteva forte e felice.
«Cinque passi!» gridò. «Ho fatto cinque passi!» «Domani sei» disse Fofuxo, ancora sdraiato di schiena, con dei semini sulla testa. «E poi dieci. E poi non conterai nemmeno più.»
La sera il monopattino rimase appoggiato al muro, e le rotelle cantavano ancora piano, solo un riririri assonnato. Pigúiça si arrotolò nella cuccia e sognò di scivolare piano, guardando avanti, senza fretta.
Nel sogno non cadde nemmeno una volta. E, se fosse caduta, non importava: si sarebbe rialzata ancora.
